La disoccupazione giovanile

Disoccupazione e indebitamento alle stelle, potere d’acquisto in caduta libera, giovani che non trovano lavoro, sfiducia totale nella politica. il mese di Marzo 2013 ha visto peggiorare la disoccupazione nell’area euro, che salendo all’11,9 per cento ha stabilito un nuovo massimo storico, secondo Eurostat.I numeri che emergono nel rapporto sul Benessere equo e sostenibile di Istat e Cnel pubblicato di recente fotografano meglio di qualsiasi analisi politica anche l’esito elettorale. In Italia, tra il 2010 e il 2011, l’indicatore della ‘grave deprivazione’ economica sale dal 6,9% all’11,1%. Ciò significa che 6,7 milioni di persone sono in difficoltà, con un aumento di 2,5 milioni in un solo anno.

I dati appena usciti sulla disoccupazione sono agghiaccianti, sia quello sui quasi 3 milioni di disoccupati, ma soprattutto è preoccupante quello del 38,7% di giovani disoccupati. “E’ una situazione drammatica a cui dobbiamo reagire” ha detto, nel corso della firma di un accordo tra Confindustria e Intesa Sanpaolo per sostenere le Pmi italiane, il presidente di Confindustria Giorgio Squinzi. E’ vero. I dati sulla disoccupazione lasciano sgomenti ma le conseguenze causate dalla mancanza di lavoro sono devastanti. Notizie riguardanti giovani coppie con figli, anziani, invalidi, extracomunitari che sono costretti a lasciare la loro abitazione in seguito ad uno sfratto esecutivo perché impossibilitati a pagare l’affitto o perché la loro casa è stata messa all’asta sono oramai all’ordine del giorno. Persone che dall’oggi al domani si ritrovano letteralmente a vagare per le strade, a dormire in macchina, a mangiare un piatto di pasta quando va bene, a vivere al buio affidandosi alla bontà di qualche amico per assicurarsi la sopravvivenza giornaliera. La drammatica realtà è che la crisi non lascia spazio alla ripresa: il tasso di disoccupazione è salito all’11,7%. Ancora una volta, però, a pagare il prezzo più pesante sono i giovani tra i 15 e i 24 anni: il 38,7% è senza lavoro con punte che al Sud superano il 50%, contro il 29,7% del Nord e il 39,3% al Centro. Oramai ogni giorno decine di piccole-medie imprese sono costrette a chiudere, stremate da una crisi che spesso è legata ad aspetti finanziari più che ad un’effettiva mancanza di commesse, e così il numero dei disoccupati che cercano disperatamente un’altra occupazione sale vertiginosamente.

Le persone in età giovanile, ma anche i trentenni,  si trovano di fronte a tali e tante incertezze e difficoltà da rappresentare oggi una categoria sociale a rischio di povertà.L’inserimento lavorativo ed in particolare il raggiungimento di un impiego “stabile”, il ritardo nel raggiungimento dell’autonomia economica e, di conseguenza, nell’uscita dalla famiglia di origine, il ritardo nella formazione di un proprio nucleo familiare, e spesso la rinuncia a procreare, con una denatalità che ha raggiunto livelli senza precedenti e che, oltre a rappresentare un segnale, sono un segno chiaro e inequivocabile di un forte disagio sociale che sta già avendo, ed avrà ancor più in futuro, forti ripercussioni demografiche e sui rapporti tra generazioni. Non solo i giovani in possesso di una licenza di scuola media inferiore o superiore ma, per la prima volta, anche i laureati specialistici a 5 anni dalla laurea si ritrovano disoccupati, anche se in percentuali minori rispetto ai giovani senza laurea.Su di loro pesa soprattutto il mancato rinnovo dei contratti a termine, causa dell’interruzione di 6 rapporti lavorativi su 10. I senior invece sono spesso vittime di licenziamento per chiusura dell’attività. E del difficile ricollocamento che ne consegue. Tra siti web e curricula lasciati in pizzeria la giornata di un giovane disoccupato italiano è, nell’ordine, impegnativa, frustrante, creativa e richiede risorse psicologiche non da poco. Ormai l’idea di avere un posto di lavoro stabile è talmente estranea alla loro quotidianità che non sembra neanche più un concetto reale, ma solo una speculazione filosofica relativa a un ipotetico mondo immaginario. Le offerte di lavoro che si trovano sui giornali locali o quelli specializzati per  la ricerca di figure professionali sono sempre e solo le stesse, e sfortunatamente quasi mai corrispondono alle tipologie di lavoro che un giovane è in grado di fare. A complicare la situazione intervengono poi le diverse offerte di lavoro per occupazioni che un giovane disoccupato sa benissimo di poter svolgere senza problemi, ma la candidatura viene bloccata dai mille requisiti richiesti, tra cui la classica esperienza pluriennale nel ruolo, spesso abbinata a un limite massimo di età che si è chiaramente superato da tempo. L’evidente contraddizione tra i parametri anagrafici e dell’esperienza professionale fa si che i giovani si sentano sempre più scoraggiati e depressi alle prese con una società che non sembra offrire oramai più alcuno sbocco professionale. Molti alla fine provano con il passaparola tramite amici e conoscenti chiedendo a tutti se conoscono qualcuno che cerca personale e si dichiarano disposti a qualsiasi mansione, qualsiasi orario e qualsiasi retribuzione, contrariamente a quanto i media vorrebbero far intendere. Secondo gli esperti di psicologia del lavoro, cioè di coloro che spesso si occupano di selezione del personale all’interno delle aziende, laurearsi con 110 e lode sarebbe addirittura controproducente poiché il candidato laureatosi con il massimo dei voti potrebbe essere considerato un “saccentone” privo di umiltà! Personalmente, non credo che ci sia ancora chi, posto di fronte alla possibilità di essere inserito in un contesto lavorativo, abbia voglia di autosabotarsi con comportamenti sciocchi. Credo invece che i giovani, sia laureati che non, sappiano bene che qualunque sia il contesto lavorativo, occorre apprendere “sul campo” quelle competenze che la sola conoscenza nozionistica non può dare. Ritengo che la vera opportunità oggi risieda proprio nella capacità individuale di moltiplicare le proprie risorse interiori, intraprendendo innanzitutto un lavoro di autoanalisi per capire quali sono i propri limiti in modo da poterli superare. Ma i limiti si superano con l’esperienza, e per fare esperienza occorre formarsi, laddove necessario riqualificando le proprie competenze. Queste, infatti, aprono tutto un ventaglio di possibilità e i giovani adulti hanno tutti un potenziale di sviluppo della competenza, che non riguarda il saper fare qualcosa ma fa riferimento al comportamento. Le aziende oggi sono interessate alla dimensione comportamentale più che alla conoscenza di modelli teorici o alle procedure;ogni azienda, infatti, tende a formare i propri dipendenti attraverso dei corsi di formazione mirati. La competenza invece si acquisisce attraverso la messa in atto della conoscenza, reiterando quei modelli comportamentali che conducono al successo nel fronteggiare le varie situazioni. Per tale motivo, una delle principali strategie anticrisi consiste nel saper comprendere innanzitutto il proprio potenziale di sviluppo delle competenze, e quindi lavorare sui propri punti di debolezza al fine di superare gli ostacoli che si frappongono tra una vita caratterizzata dalla mancanza di lavoro e di sfiducia nelle proprie capacità ed una vita proiettata alla crescita personale realizzata attraverso una formazione continua e permanente.

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