Poesie Inedite di una Nuova Voce: prefazione all’opera di Emanuela Faldi

“L’unica prefazione di un libro è la mente di chi lo legge“.

Fernando Pessoa                    

C’è una grande solitudine oggi negli uomini, ma anche un grande bisogno di cercare qualcosa di più profondo ed autentico, al di là del luccichio della civiltà dei consumi di massa. L’uomo ha bisogno di andare alla radice di se stesso per ristabilire un’autentica comunicazione con le cose e con i suoi simili: la poesia può essere uno degli strumenti di tale ricerca.

A dispetto della nostra società industriale e massificata, la poesia, pur con difficoltà, è riuscita a ritagliarsi uno spazio. Se essa non può certo cambiare il mondo, può tuttavia spingere l’uomo a ritrovare il senso di sé, può indurlo a momenti di meditazione e di riflessione sulla realtà autentica di sé e del proprio rapporto con gli altri.

Cos’è, dunque, che spinge le persone ad affidare i loro pensieri, sensazioni, sentimenti a dei versi poetici?

Nella mia prefazione alle poesie di Emanuela Faldi non pretenderò di fornire a tutti i costi un giudizio oggettivo. La poesia, per sua stessa natura, è soggettiva all’ennesima potenza. Ogni poesia, ogni strano agglomerato di vocali e consonanti, può suscitare emozioni diverse in uditori diversi.

Chiunque ami scrivere, lo fa perché la sua ispirazione lo porta ad utilizzare le parole che, invece di appartenere all’ordine della comunicazione pratica, vogliono esprimere innanzi tutto una condizione particolare dell’anima. Il bisogno di comunicazione poetica appartiene alla stessa condizione umana: si tratta del desiderio di comunicare in una maniera diversa da come si comunica nella vita di tutti giorni: prima ancora di “comunicare”, quindi, si vuole “esprimere” uno stato individuale di turbamento, di alterazione, di commozione o di tendenza al gioco, di pena o di gioia attraverso lo strumento del linguaggio.  Da una parte c’è il desiderio di trasformare il linguaggio e lavorarlo e giocarci, dall’altra quella di affrontare la parte oscura, sotterranea di se stessi e della propria psiche, o anima, e di portarla alla luce. Ogni poesia è anche un dialogo con la parte oscura, nascosta, segreta di se stessi,  un viaggio in un proprio personale mondo degli Inferi. Nel suo Dialogo sulla poesia Friederich Schlegel  dice che “la ragione è una, e in tutti la medesima. Ma ogni uomo, proprio come ha una sua natura e un suo amore, porta in sé una poesia a lui peculiare, che deve e non può che restare sua, come certo che egli è quello che è che qualcosa di primigenio si cela in lui da sempre”. La poesia, infatti, è anche rispondere soltanto alla verità di se stessi.

Ognuno è disponibile a modo suo al richiamo che lo spinge verso la poesia ma creare è impresa ardua che presuppone una grande fatica: essere originali vuol dire essere fedeli alla propria individualità.

E dalle poesie della Emanuela Faldi traspare l’ espressione di un moto dell’anima individuale, è la forma in cui l’ “io” della poetessa parla direttamente di sé: molto numerose e varie sono però le strutture, i toni, i temi che essa può assumere. Il poeta russo Majakovskij dice che la penna deve essere impugnata soltanto quando non vi sia altro mezzo d’espressione che il verso.

Ma com’è fatta una poesia? O meglio: com’è fatta una bella poesia? Come si riconosce e, nel caso, come si scrive? Sono le domande che si pone chi legge e chi scrive poesia. Pertanto, sebbene una raccolta di poesie non sia certo un trattato scientifico o accademico che richiede necessariamente una prefazione per chi voglia approfondire la conoscenza dei motivi per cui dovrebbe affrontare la fatica di leggere proprio quel libro, la prefazione ad una raccolta di poesie vuole esaltare semplicemente la magia della parola, che parla con voce propria all’orecchio di chi la legge. La parola è ascoltare la voce (le voci) del silenzio, ma è anche rivivere questo silenzio per dare, soprattutto, identità ad un viaggio (poetico) che si fa di volta in volta diario.

Il semplice sfogo dell’anima, che certo ha una sua ragion d’essere e anche forse un suo valore terapeutico ha poco a che vedere, di solito, con la forza conoscitiva, autonoma, comunicativa della poesia. Ma se per poesia intendiamo quel tipo di componimento letterario capace di colpirti al cuore, di rinnovarti, di avviare un profondo mutamento in te, di renderti consapevole all’istante del tuo corpo, dell’aria che respiri e del sangue che ti scorre nelle vene… allora le poesie della Emanuela Faldi sono di una bellezza e profondità che non può passare sotto silenzio. Ciò non significa che le tecniche indispensabili per un buon esito poetico siano state da lei tralasciate.

Scritte in occasione dei suoi 50 anni, le poesie di E. Faldi racchiudono in versi, le emozioni, i desideri,i rimpianti, le riflessioni di una vita vissuta con passione sia nel bene che nel male. “ Non posso darle al mondo,  non capirebbe, parlano di me” dice la poetessa mettendo subito in chiaro che le sue “piccole strofe” “ non hanno la pretesa d’esser lette”. Eppure, subito dopo aggiunge “ non posso darle a te, ti farebbero male, parlano di te”. E con quest’ultimo verso sancisce l’universalità della poesia. In realtà, dice la Faldi, queste poesie vogliono essere una sorta di diario, di viaggio autobiografico ma, allo stesso tempo, esse rappresentano le tappe salienti della vita di ciascuno di noi, i temi con cui, chi prima chi dopo, tutti ci siamo confrontati.

L’anima e i pensieri più riposti della Faldi si impongono fin dall’inizio quali elementi di ricerca introspettiva. Le parole, a volte, sono futili, vuote, tristi o gioiose,ma nessuna parola in sé è adatta a descrivere il groviglio di emozioni e l’insieme di vibrazioni che si sprigionano dall’animo umano. La soggettività dell’espressione è evidente nell’uso del pronome “io” di cui la poetessa fa largo uso. Tra le immagini più suggestive, poi, è bella l’immagine delle stelle che diventano pietre che ognuno di noi lascia dietro di sé nel cammino della vita. E ancora, tra abissi marini e voragini dell’anima le perle che con insistenza ritornano nella simbologia della poetessa sono lacrime conservate tra flutti, nei gusci marini, che come scrigni magici racchiudono i segreti di una vita.

Pur optando per il verso libero, tipico di tanta poesia del Novecento, la nostra poetessa dimostra di conoscere perfettamente la metrica tradizionale nel calcolo mirato delle sillabe che compongono i suoi versi, nella decisione di tagliare il flusso poetico attraverso il gioco delle strofe e la capacità di combinarle tra loro, e nella struttura delle rime,baciate, incrociate oppure nascoste sottoforma di assonanza o consonanza. La particolare attenzione che la poetessa mette nella scelta della parole e nella loro musicalità, sembra potersi congiungere al senso di una poesia disegnata al modo dell’haiku e il suo universo poetico trova motivi di canto e di ricerca nella riflessione introspettiva e nella meditazione sugli eventi salienti della vita: l’infanzia, la fanciullezza, l’amore, la nascita, la vecchiaia, la morte…

Ma c’è anche, nella poesia, l’avventura della memoria.

E’ dunque nell’avventura della memoria che va rinvenuto il punto di partenza del lungo viaggio della poetessa. Un viaggio che si centralizza attraverso alcuni punti di riferimento. C’è il padre “dolce, caro ricordo “che accompagna gli attimi della sua vita, c’è la madre nelle cui braccia non è più possibile trovare rifugio dalla malinconia, e i figli “amore e passione” delle madri che, come “alberi di piccole gemme“, crescendo regalano sogni, speranze e certezze. C’è poi la distanza-lontananza spazio-temporale che si manifesta nelle evanescenti presenze che “come vento che agita il mare calmo” fanno ritorno dal passato, oppure la solitudine rappresentata dai cartoni che un barbone utilizza come casa. E la tirannia del tempo che, con i suoi “sassi dei silenzi“, racchiude in uno scrigno le dolci parole dei tempi felici lasciando spazio soltanto all’indifferenza di giorni tutti uguali, la passione-odio di un amore intenso e sofferto che toglie la forza di lottare, la solitudine di un’anima che ammutolisce di fronte ai mali del mondo, chiusa nel silenzio della notte nell’attesa di qualcosa che, forse, non avverrà mai.

La poetessa si interroga infine sugli aspetti misteriosi della morte presente in quell’immagine di “lenzuola bianche sugli specchi” che resta indelebile nella memoria.

Vorrei chiederti perché” dice la Faldi di rivolgendosi al padre che non c’è più, e il silenzio-tragedia-vita si identifica nel senso della perdita. Il padre come sicurezza. La morte del padre come perdita della sicurezza. Questo dolore viene trasportato sulla pagina: la pagina che custodisce parole si fa inquietudine ma si fa anche diario autobiografico in cui passato, presente e futuro si intrecciano e si rincorrono. Emanuela Faldi riprende a scrivere il suo diario. Quel suo diario mai interrotto. E ricuce, attraverso i sentimenti, i sogni e le inquietudini e i frammenti di una storia, cercando di riunire i tasselli del suo tempo per tentare di ridefinire il suo mosaico.

( dalla raccolta “ Piccoli Versi”)

I Giovani

I giovani lì

Lungo i vecchi muri

Del paese

Al tiepido sole,

volti smarriti,

stanchi quasi

del giorno da passare

in perenne attesa

che qualcosa accada.

Amicizia

 

Piccole mani si stringono

Per u n gaio girotondo,

ampie braccia ti avvolgono

dinanzi a un fuoco sulla spiaggia,

forti mani ti afferrano

sull’orlo di un precipizio,

mani avvizzite si confortano

nel lungo cammino della vita.

Non Avrò

Non avrò

Quel fiume lento della vita,

ma acqua di torrente armonioso,

tumultuosa, rigogliosa

acqua di torrente.

Avrò giorni di passioni

E fantasia,

avrò mani per raccogliere

la mia via

e getterò lontano

quel lento scorrere

il fiume della vita.

 Valentina Corrente

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